Elenco dei prodotti per la marca Casa Tallone

CASA TALLONE - Canale (CN)
All’inizio del nostro percorso di ricerca enoica un amico ci prendeva spesso in giro: “State sempre a cercare la Viticchiuzza del basso Monfelice... ma un bel Nebbiolo o un Pinot Nero no?” Abbiamo sempre negato di avere l’ossessione dei vitigni rari, ma quando abbiamo avuto in mano la Cisterna d’Asti di Casa Tallone, beh, eravamo come bambini che hanno appena ricevuto in regalo un trenino. Nel bel mezzo della barbera astigiana ecco una DOC a base croatina che non avevamo mai assaggiato e che, anzi, proprio non conoscevamo. Insomma, galeotta fu quella bottiglia: il vino era troppo interessante per non volerne sapere di più. Casa Tallone sono Davide e Matteo Sacchetto. Nati nell’astigiano, ma adottati dal Roero. Viticoltori tra Roero e Asti, con una vigna qua e un appezzamento là, sempre alla ricerca di una cantina stabile, e con la voglia di vinificare solo i vitigni tipici dei due territori per evidenziarne tutte le differenze. Dopo aver lavorato in altre cantine, nel 2021 affittano il primo vigneto a Vezza d’Alba. Si tratta di un vigneto recuperato dal quasi abbandono dal quale nascono un Roero Bianco e un Roero Rosso DOCG. A essere precisi, però, l’avventura inizia anni prima, nel 2013, vinificando l’uva dei quattro filari davanti a casa Sacchetto. Sono le prime bottiglie targate Cà d’ Talün, ma l’etichetta riporta l’avvertenza: “Vino non in vendita, bevo tutto con gli amici”. E di che uva si trattava? Era la croatina del Cisterna d’Asti. Il nome e il logo Casa Tallone derivano dall’abitazione, che era la residenza estiva di Cesare Tallone, pittore e artista attivo nella seconda metà dell’Ottocento e che appartiene alla famiglia Sacchetto dal 1934. C’è tanto impegno in questo progetto, ma a stregarci è stata la visione dei due fratelli: esaltare i vini del Roero per far capire che questi suoli sabbiosi non sono un limite bensì una fortuna che permette di produrre vini di notevole finezza con la giusta gradazione alcolica. Recuperare dunque la croatina di Cisterna d’Asti, per farne però un vino croccante da bere e non il solito macigno alcolico affinato in legno. Le vinificazioni vengono fatte in vasche di cemento (recuperate da aziende amiche e restaurate), mentre per le fermentazioni si usano lieviti indigeni da un ceppo di uve raccolte pochi giorni prima della vendemmia. E l’etichetta? Le pennellate del logo rappresentano le famose 4 vigne da cui tutto è partito.
PS: la Viticchiuzza del basso Monfelice non esiste, naturalmente.

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